La storia dell’ARCI in Italia

La Storia dell’ARCI in Italia

di Elio Rosati

I - SENZA NULLA A PRESCINDERE…
Se per i partiti politici e i movimenti organizzati dei lavoratori molto spesso sono stati gli stessi dirigenti o gli storici di professione a raccontarne passo dopo passo nascite e tracolli, conquiste e trasformazioni, nel corso movimentato del XX secolo, lo stesso non può dirsi per le dinamiche su cui si sono sviluppate le realtà associative in Italia.
Eppure queste comunità di cittadini, nate insieme ai moti risorgimentali, mazziniani e repubblicani, nel XIX secolo – cresciute col tempo nel numero degli iscritti e quindi in visibilità, tradizioni e identità – detengono a tutt’oggi un patrimonio societario in termini di associati, di sedi e di performances, assolutamente invidiabile e niente affatto secondario a quello dei “fratelli maggiori” dei partiti e dei sindacati. Soprattutto quelle strutture che hanno avuto e continuano ad avere un respiro e un agire che si riflettono a livello nazionale su tutto il paese: nel welfare, nella promozione sociale, nell’integrazione, nell’accrescimento culturale e civile.

Poche sono state le analisi, ancorché le pubblicazioni e gli articoli che si sono occupati di riflettere sul perché si sia organizzato un movimento culturale aperto a tutti come ad esempio l’ARCI o su che ruolo abbia giocato, nello sviluppo psicofisico della persona, l’opportunità dello “sport per tutti” secondo i principi portati avanti dalla UISP.
E’ stato più semplice per gli addetti ai lavori ma anche per il mondo politico e le elites intellettuali, riconsiderare questi movimenti come gesti e azioni derivate dalla necessità dei partiti di aprire fronti sociali meno impegnativi, di trasmettere attraverso una presenza radicata sul territorio le ideologie connesse a questa o quella fede politica, cattolica, laica, repubblicana o comunista che sia; anche nel tempo libero, anche nel disimpegno.
Non vedendo (o fingendo di non vedere oppure ancor peggio strumentalizzandolo) quanto fosse elevato il bisogno di aggregazione sociale nella popolazione adulta uscita dalla guerra. Dal fenomeno del campeggismo alla diffusione delle Case del popolo, dei circoli ricreativi, bocciofili e delle polisportive, delle gite turistiche ma anche delle attività di danza o di lettura delle Società Operaie e di Mutuo Soccorso, è tutto un fiorire di pratiche collettive e anche di richieste che non trovano adeguato riscontro nei servizi che mette a disposizione l’ente pubblico di quegli anni. O proseguendo per i decenni successivi, quanto altrettanto contasse per le generazioni più giovani, più istruite ed emancipate delle precedenti, la conquista di spazi fisici ove poter socializzare traguardi e modelli culturali circolanti, dinamiche civili ed emancipatorie.

Con realismo va anche aggiunto che la ragione del mancato interesse – in senso accademico, storico s’intende – per queste forze vive della società che insieme ai partiti e ai sindacati hanno contribuito alla costruzione dello stato di diritto, fondato sulla Costituzione del 1948, è da attribuirsi almeno in parte alle stesse realtà associative (quantomeno ai gruppi dirigenti) che quasi mai hanno trovato la forza o le energie per una riflessione ad ampio raggio, storica e politica assieme, oltre che sociale ed umana. D’altronde il senso al proprio agire era dato dall’agire stesso: una piccola ma rimarchevole giustificazione della necessità di dover affrontare sul terreno del quotidiano problematiche di estrema concretezza, finendo così per rinunciare quasi in partenza ad una più meditata analisi e quindi valorizzazione della propria azione.
Soltanto nel secondo dopo guerra è stata possibile una messa a fuoco più puntuale delle genealogie sociali e delle ragioni politiche che animano i sodalizi associativi ed è cresciuto l’interesse per la rete di relazioni che sul territorio essi sono riusciti a strutturare.
Lo constatiamo oggi, tutte le volte che vengono programmati interventi di welfare municipale.
Acquisendo sicurezza e consapevolezza del ruolo svolto, l’associazionismo ha potuto consolidare la propria mission e giovarsi del rinnovato clima sociale e dello sviluppo economico del paese. Divenuto addirittura strategico come veicolo di istanze di crescita socioculturale, finalmente è stato in grado, anche da se medesimo, di utilizzare al meglio le energie di cittadinanza, proponendo percorsi trasversali agli standard ricreativi e dopolavoristici messi a disposizione dalla società di massa. Decentramento teatrale, concerti rock, creazione di un circuito cinematografico, programmazione culturale furono negli anni ’70 e ’80 gli elementi tra i più significativi della volontà di traguardare verso una più compiuta partecipazione alla vita collettiva delle nuove generazioni.
Così anche da soggetti terzi, esterni come l’analisi storica, il giornalismo o la sociologia, sono state compiute negli ultimi vent’anni “trivellazioni” e “scavi” – con alterni risultati e conclusioni – attorno e dentro alle miniere profonde e sotterranee che celano alla superficie skills, i profili, e background, il retroterra, l’humus, su cui si sono sviluppati i movimenti associativi italiani.

In occasione dell’ultimo congresso provinciale dell’Arci di Genova – giugno 2003 – mi è stato chiesto di rimettere insieme un po’ di cocci riannodando legami con la storia recente e le fila di un discorso mai interrotto. La rielaborazione presentata alla tavola rotonda “Mi ricordo che l’Arci..” viene qui restituita in forma scritta, senza il vigore e l’immediatezza del parlato ma, spero, con una maggiore e più comunicativa lucidità.
Senza nulla a prescindere come direbbero i numi tutelari di tutti noi, Totò e Peppino…

II – RICOMINCIARE A VIVERE
“Ricominciare a vivere” è una delle frasi con cui Arrigo Diodati, esule in Francia con la famiglia, poi partigiano, dirigente politico e segretario nazionale dell’Arci nel 1958, spiega la volontà sua e di tanti altri – a guerra appena finita – di dare senso e continuità alla solidarietà e alla fratellanza che avevano unito nel nord d’Italia partigiani e contadini nei venti mesi di insurrezione contro il nazifascismo.
Speranze che avevano legato in un processo unitario anche giovani e donne, studenti e operai, militari e civili che volevano una società ben diversa da quella conosciuta durante il fascismo. Una società da costruire tutti assieme. Questo slancio comunitario è il pilastro su cui sorgeranno le fondamenta del primo associazionismo. Che deriva più che non si creda (ed è giusto ribadirlo) dalla Resistenza e dai quei movimenti di opposizione alle dittature che si muovevano nelle città occupate dai nazisti dopo l’8 settembre del 1943.
Uno di questi era il Fronte della Gioventù, costituito per dar corpo alla ribellione tra i giovani, spesso apprendisti che lavoravano nelle fabbriche, educandoli oltre che alla eguaglianza e ai valori su cui si era formata la Resistenza, a superare “ogni residua mentalità fascista”.
A capo di questa giovane armada ci furono uomini come Giancarlo Pajetta, Alto Tortorella, Gillo Pontecorvo, Raffaele De Grada, Eugenio Curiel, l’ultimo dirigente del FdG nel 1945. Tra i giovani seguaci, per parlare di noi di Genova, Mauro Cafasso e appunto Arrigo Diodati. L’esperienza nella testa Curiel doveva sfociare in veri e propri organismi “di autogoverno delle grande massi giovanili”. Ed infatti già nel 1947 l’anima dei neonati Comitati locali per lo Sport è costituita da quei ragazzi che nelle varie città si sono fatti le ossa nelle campagne e nei boicottaggi organizzati dal Fronte. Una esperienza che si tradurrà da lì a poco nella Unione Italiana Sport per Tutti, la prima UISP.

Proprio a Genova, come se in fondo ci fosse un filo rosso a legare tutte queste esperienze, viene l’idea di organizzare un Campeggio Internazionale che raduni i giovani resistenti europei, insieme alle esperienze democratiche, alle organizzazioni sorte dalle varie lotte di liberazione e di governo come è caso del Fronte Popolare Francese che è riuscito nella conquista di nuovi diritti per i lavoratori, le ferie pagate e le vacanze.
Arrigo Diodati che è il promotore di questo progetto di svago, di socializzazione e di pace, ha ben presente le conquiste sociali attuate in Francia e riesce a convincere anche il Comune di Genova, il suo sindaco Adamoli che è stato capo partigiano, del valore e dell’importanza dell’iniziativa per ribadire una volontà nuova, dando fiducia e credito ai movimenti di giovani che più degli altri sentono l’urgenza del cambiamento.
Sarà attrezzata, con il duro lavoro di molti volontari, un area della costa ligure di Ponente, i piani della Madonnetta, tra Arenzano e Cogoleto: Diodati ricorda il faticoso passamano sotto il sole estivo di pietrisco, sabbia e cemento necessari per le fondamenta delle baracche e dei servizi del campeggio. I soldi del comune – un milione – serviranno ad acquistare le tende e le brandine di cui sono pieni di depositi di residuati bellici americani di Reggio Emilia; la Marina Militare donerà teli e coperte; molti tecnici specializzati del porto e delle fabbriche, nel giorno non lavorativo, offriranno assistenza assicurando la messa in opera degli impianti.

Il campeggio si fa con gran successo, partecipazione ed entusiasmo. Il gruppo genovese diverrà Associazione di campeggiatori continuando nell’esperimento del Campeggio Internazionale per una quindicina d’anni. FdG, Associazione dei Campeggiatori e la neonata Unione sportiva troveranno una sede operativa a Genova nel locali di Villa Rosazza, messa a disposizione dal Comune. (ps: una vocina mi dice che le cose sono un po’ cambiate! ndr)
L’impegno collettivo, il desiderio di dar voce alle masse giovanili allora non politicizzate, rappresenteranno il collante indispensabile per allargare in modo unitario e partecipato quell’esperienza al piano nazionale: ci vorranno dieci anni ma alla fine, nell’aprile del 1958, giungerà il riconoscimento costituzionale e giuridico dell’ARCI che raggruppa Case del Popolo, Società Operaie, Circoli cooperativi e culturali, gestiti in modo autonomo dai lavoratori.

Certo dieci anni di “sofferenza”, di lotta, poiché se fare un campeggio comporta solo tenacia e sudore e il convincimento di “qualcuno che conta” costruire un percorso di autonomia del tempo libero, svincolato dai partiti, è molto più complesso e azzardato.
Riassumiamo i termini del confronto. Se, come abbiamo visto, parte dal basso una voglia di partecipazione alla crescita democratica ci si aspetta che anche nella carta costituzionale vengano tenute in debito conto queste urgenze. Invece il testo licenziato dopo due anni di lavoro sancisce sì il diritto dei cittadini di associarsi liberamente (articolo 18 della Costituzione Italiana) ma non fornisce in alcun modo indicazioni sui compiti della Repubblica rispetto allo sviluppo fisico, all’elevazione morale e politica – come si diceva allora – della gioventù. Richieste che erano circolate e fatte proprie dalle forze della sinistra ma che avevano trovato una sorda opposizione nei parlamentari delle altre forze politiche. Il dissidio ha una sua ragione che in parte spiega le lungaggini della burocrazia e le resistenze dentro il Parlamento. Cosa era successo? Le sedi delle società operaie, del Mutuo soccorso e delle case del Popolo, trasformate dal regime in Case del Fascio e accorpate sotto l’egida dell’Organizzazione Nazionale Dopolavoro (OND) sono divenute nei giorni della liberazione centri di vita democratica ed ospitano partiti e associazioni di ogni tipo, un atto dovuto messo in opera dai singoli Comitati di Liberazione. Ma la proprietà di questi beni è dello stato, conseguenza inevitabile della donazione fatta a suo tempo – per meglio dire obbligata coi manganelli – al fascismo. Sfruttando il cavillo della mancata regolarizzazione, forze di polizia e Prefetture impongono lo sfratto o affitti consistenti alle nuove forze sociali che animano le vecchie sedi.

Questa opera di repressione da qualunque punto di vista si guardi risulta ambigua: si teme il successo e l’allagarsi di fronti “rivoluzionari” specie dopo la vittoria elettorale della Democrazia Cristiana sul Fronte Popolare delle sinistre nell’aprile del 1948 e si considera pericoloso e inopportuno che giovani, studenti e operai possano ritrovarsi e socializzare problematiche attuali e speranze future. Magari anche divertirsi o istruirsi come accade in Emilia e in Toscana, la regione ove più delle altre il movimento circolistico subirà vessazioni e soprusi (tra le altre cose come la sostituzione arbitraria dei presidenti, viene di fatto impedita la lettura dei giornali di sinistra). Spesso si ricorre alla formula della “pubblica utilità” per tacitare il malcontento e attuare gli sgomberi: le sedi popolari dovranno servire ad ospitare caserme dei carabinieri e scuole.
Al fondo di tutto c’è l’idea da parte dei governi centristi, forti del consenso elettorale, di impedire che in quelle sedi si faccia opera di propaganda politica. Propaganda che ovviamente c’è per tutti gli anni ’50 per il miglioramento dei salari, per il diritto al tempo libero, a sostegno degli scioperi operai, contro la disoccupazione e contro la legge truffa del 1953.

Pur messe in un angolo, le forze che compongono il variegato mondo dell’associazionismo delle origini riescono nonostante tutto a trovare risposte unitarie. La democratizzazione dell’Enal che ha sostituito il vecchio dopolavoro fascista diventa l’obiettivo del movimento circolistico. All’Enal e al suo Commissario (di nomina governativa) spetta il controllo delle sedi e delle attività che ivi si svolgono: bisogna che l’Enal risponda del suo operato, che agisca alla luce del sole e che non faccia da freno a tutte le istanze associative popolari. Un primo tentativo di organizzarsi si basi autonome avverrà nel primo anno di vita dell’UISP tra il 1947 e il 1948 ma l’assemblea costitutiva otterrà poche adesioni anche perché la stessa sinistra, il PCI in primo grado, non crede che i circoli e le case del popolo siano in grado di operare compiutamente in favore della scuola, della ricerca, contro l’oscurantismo, per la libertà e l’organizzazione della cultura (infatti proporrà a intellettuali non organici la costituzione di circoli della cultura, come da indicazioni venute dalla Commissione Culturale Nazionale del partito, aprile 1952).

La dialettica partiti-associzioni trova un nuovo fronte di scontro nella decisione dei cattolici e dei repubblicani di istituire le proprie organizzazioni del tempo libero. Così mentre, more solito, la sinistra si interroga sulla strada da prendere i partiti di governo grazie alle nuove realtà delle Acli, dell’Endas e della Giac riescono a vedere riconosciuti tutti i benefici di legge e ad avere in concessione l’utilizzazione degli impianti e delle attrezzature appartenenti all’Enal e al Commissariato della gioventù.
Mentre gli sfratti si susseguono sempre più numerosi (23 tra il ’53 e il ’55) e l’Enal nelle mani di Scelba – in qualità di ministro egli metterà la firma in calce allo statuto che “blinda” l’ente nelle mani della maggioranza di governo – diventa uno strumento di ulteriore vessazione e depoliticizzazione delle attività dei circoli della sinistra, quando cioè la partita sempre chiusa succede qualche cosa di nuovo. Le edizioni Avanti pubblicano un articolato pamphlet sulla questione Enal (1956): ne vien fuori più di uno scheletro. Non sono stati presentati i bilanci al Parlamento, soldi sono passati da una tasca (lo stato) all’altra (cattolici e repubblicani), le alienazioni degli immobili sono risultate arbitrarie. Sull’onda della denuncia giornalistica si cominciano a formare a livello locale coordinamenti per la difesa dei circoli ai quali aderiscono avvocati, giuristi, intellettuali, politici e sindacalisti. Questi comitati hanno nomi diversi: si chiamano Alleanza per la Ricreazione, Comitati per la difesa dei Cral, Comitati per la democratizzazione dell’Enal e così via ma il loro obiettivo è identico, respingere l’offensiva reazionaria. La protesta diventa così azione politica e si cercano di tracciare anche le linee di ripresa del movimento circolistico. La UISP avrà il grande merito di fare da appoggio e collettore di tutte queste istanze.
Quando nel 1957, alle insistenze dei parlamentari Di Vittorio e Jacometti che chiedono un dibattito sull’Enal, il governo risponde respingendo la mozione, le realtà popolari che operano sul territorio decidono che è giunto il momento di dar vita ad una nuova associazione nazionale. I cosiddetti “comitati locali dei sodalizi di base” si riuniscono a Firenze il 25 e il 26 maggio del 1957 per presentare ai delegati delle città di Bologna, Firenze, Novara, Pisa e Torino, un documento sulla necessità di un nuovo strumento che al di sopra delle parti rappresenti l’espressione democratica di quanto esiste nel campo delle aspirazioni civili e culturali del popolo. La convenzione – così bisogna chiamare il convegno di Firenze – licenzia e approva lo statuto della costituenda Associazione Ricreativa Culturale Italiana e elegge un consiglio direttivo nazionale composto da 35 membri che rimarrà in carica sino alla convocazione del congresso nazionale. L’atto costitutivo, lo statuto e l’elenco degli organismi eletti vengono formalmente siglati nello studio del notaio Enzo Allodi e registrati presso il tribunale di Firenze il 3 giugno dello stesso anno. E’ l’atto di nascita dell’ARCI, organizzazione unitaria per la ricreazione dei lavoratori.

Continua alla prossima puntata

Un Commento

  1. waltermassa
    Pubblicato 20 marzo 2011 alle 17:33 | Link Permanente

    Ciao! scusa il ritardo nella risposta ma la cosa migliore è che tu ti rivolga direttamente al comitato arci della tua città. Per ulteriori info scrivici a liguria@arci.it. ciao

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